settembre 20, 2006 00:59

Il bastone e la carota

Marco Travaglio qualche settimana fa, nella prima puntata di Anno zero di Santoro, ha parlato di come la burocrazia italiana (Bossi-Fini) faccia distinzione fra gli immigrati in Italia, ci sono gli immigrati venuti a delinquere che vengono premiati dall'iter burocratico mentre gli immigrati venuti a lavorare vengono puniti. Qui non si parla di una persona immigrata venuta da un paese lontano, il suo paese è questo, questo è il paese che le ha dato la nascita ma non la cittadinanza. Immigrata quindi lo è solo sulla carta.
Quando il caso rimane sul generale ti indigni ma alla fine la reazione finisce là, quando il caso ti tocca da vicino e il caso è una tua amica cerchi di appoggiarla in questa battaglia contro l'esclusione:

Alessandra Samira Mangoud, di professione assistente sociale, nata in Italia da madre filippina e padre egiziano. Samira non ha potuto prendere la cittadinanza italiana al compimento del diciottesimo anno di età perché nessuno l’aveva informata che doveva richiederla in breve tempo e adesso si ritrova ad essere straniera in patria: un’italiana con permesso di soggiorno. Attualmente le viene impedito di continuare a fare il lavoro che le piace e per il quale ha studiato. Questo perché il Comune di Roma ha escluso solo lei tra tutti i suoi colleghi che lavorano allo Sportello comunale “H”, in base a un’interpretazione delle leggi a dir poco restrittiva, per non dire errata. Un’interpretazione che al giorno d’oggi, con mezzo milione di figli di stranieri iscritti nelle scuole italiane, rappresenta uno sguardo miope sulla realtà italiana.

Ci rivolgiamo agli organi di informazione per comunicare quanto sta avvenendo, affinché episodi del genere non restino nell’invisibilità e trovino una soluzione positiva. Ci uniamo a Samira nel chiedere che il Comune di Roma riesamini il proprio operato e si renda conto della gravità dell’esclusione che ha messo in atto. Un’esclusione che potrebbe rappresentare un triste precedente per un Comune al quale appartengono molti figli di immigrati, cittadini di Roma.


Lettera di Samira:

Roma, 15 settembre 2006

Quante belle parole si spendono sui diritti degli stranieri, per le politiche sull’integrazione, per una società multi-etnica e tollerante, eppure per gli stranieri e i loro figli, seconde generazione nati e cresciuti in Italia come me, la realtà spesso è una doccia fredda.
Sono laureata in discipline dei servizi sociali e proprio per il tipo di formazione che ho, sono stata assunta insieme ad altri 13 colleghi per lavorare ad un progetto chiamato ‘Sportello H’, ho lavorato un anno e mezzo per il Comune di Roma, con un contratto a tempo determinato e sin dall’inizio ho dichiarato di non avere la cittadinanza italiana, mi era stato comunicato dall’ufficio assunzioni che il I° Dipartimento aveva fatto degli accertamenti ed era risultato che potevo lavorare per una pubblica amministrazione anche senza cittadinanza, perché avevo un contratto a tempo determinato e nessuno degli operatori era stato assunto tramite un concorso pubblico.
Ma poco prima della scadenza del contratto vengo ricontattata dal I° Dipartimento, delle risorse umane del Comune di Roma e mi viene fatto un interrogatorio, su come fossi stata assunta e del perché non avessi la cittadinanza. A quel punto mi sono affidata ai sindacati, i quali potevano interloquire in prima persona con gli assessori responsabili del progetto e delle risorse umane, Gramaglia e D’Ubaldo, che all’epoca si impegnarono a rinnovare tutti i contratti, quelli dei miei colleghi a tempo determinato e il mio con un contratto a progetto.
La doccia fredda è arrivata quando dopo tre mesi che aspettavo senza stipendio il rinnovo, mi hanno comunicato che nella delibera con cui venivano riassunti gli operatori dello ‘Sportello H’ il mio nominativo era stato eliminato. E la motivazione è stata che non avevo la cittadinanza. Eppure mi avevano promesso un contratto a progetto giuridicamente compatibile con il fatto che non avessi la cittadinanza e il mio ruolo di operatrice dello ‘Sportello H’.
A me sembra la solita storia in cui agli italiani è dovuto, mentre ad una seconda generazione è concesso. Eppure io sono nata a Roma e cresciuta qui, ho una formazione professionale più che adeguata e l’esperienza, ma evidentemente i lavoratori non sono tutti uguali, una ‘straniera’ che fa un lavoro d’ufficio e non la badante può aspettare.
Mi sento discriminata rispetto ai miei colleghi di cittadinanza italiana che ora ritorneranno a lavorare, mentre io dovrò aspettare chissà quanto tempo, senza uno stipendio ma con l’affitto e le bollette da pagare.
Mi sento delusa e amareggiata anche dal modo in cui sono stata trattata e da tutto quello che ho dovuto subire, gli interrogatori, l’arroganza di un dirigente che mi accusava di aver dichiarato il falso, le aspettative che sono state alimentate e poi tradite, ma la delusione più grande è giunta dall’assessore Gramaglia, che non ha mi sembra disposta a risolvere in maniera repentina un episodio di discriminazione avvenuta sotto i suoi occhi, a dispetto di tutte quelle politiche sull’integrazione e la non discriminazione che in questi anni hanno caratterizzato il Comune di Roma.


Alessandra Samira Mangoud

Per informazioni: g2@secondegenerazioni.it, smangoud@yahoo.it.

Per partecipare al dibattito: secondegenerazioni/forum
leciram
P.link ¦ commenti (13) ¦ commenti (13)(popup)
categoria : g2





settembre 17, 2006 22:40

Croni(a)co(a)


Superata una fase di sfiga, causa distrazione aggiunta al solito karma cosmico, in cui arrivo tardi, mi dimentico degli appuntamenti con amici, mi dimentico delle cose, mi faccio rubare il cellulare, mi ritrovo terminali pc rotti dove vado a fare la scheda sostitutiva della scheda SIM. Io che non perdo (quasi) mai nulla, mi ritrovo a ricercare quali sono veramente i numeri importanti della mia sfera amicale e famigliare. Presto recuperati, le persone che frequento molto non sono irrimediabilmente perduti e quelli con cui ho avuto incomprensioni (tanto per usare un eufemismo, quelle con cui mi ignoro allegramente, beh ormai sono andati. Mi spiace solo per alcuni SMS, quelli stupidi che ti fanno sorridere in mezzo a una crisi esistenziale e quelli scomodi (addirittura una serie in cui faccio incazzare qualcuno… l’idea iniziale era quella di far sbollire la pentola a pressione ma a lungo andare il raffreddamento ha fatto ben poco perché riscaldato da secondi pareri).

Alle prese con diversi tipi di modulistica… C/ASS – C/CRT – CTRL, modello Q ecc. e aiutata dall’amica consulente, finalmente inizio a distrarmi meno e rilassarmi un po’.

Il PAC ci ha offerto un pacco poco gradito, l’ultimo giorno della mostra Off Broadway non è esattamente quello che ci aspettavamo sia per il contenuto che per l’allestimento, ma il giardino dell’edificio attiguo, la Villa Belgiojoso Bonaparte, è stato una scoperta in mezzo a tutto quel cemento. Di un gusto neoclassico con tanto di postazioni strategiche per tubare secondo il mio amico ribattezzato Paolina (Bonaparte Borghese). L’unico fattore che mi ha lasciata perplessa è quell’aria di picnic settecentesco, famiglie perfette da pubblicità, i papà che giocano con i figli, bambini biondi e bellissimi che si rincorrono, mamme con diversi pargoli appresso, nonnini con una nidiata di bambini… tante famiglie felici e numerose, un po’ troppo perfetto… inquietante o_o                               


leciram
P.link ¦ commenti (4) ¦ commenti (4)(popup)
categoria : foto, milano e dintorni, me





settembre 05, 2006 00:00

Bambini e microfoni prodigiosi

magic micQuella per il karaoke è una passione tutta filippina, seconda (?) solo ai giapponesi. Basta passare davanti all’appartamento dei vostri vicini di casa filippini per averne la prova, voci soavi si alternano a quelle stonate e gorgheggi spaccatimpani alle basi musicali. Fino a qualche anno fa si usava un normalissimo microfono e si leggeva il testo musicale cartaceo fornito insieme all’audiocassetta, poi sono arrivati i vari VHS, LD, VCD e DVD.

Ora spopola fra i filippini questo fantastico microfono per fare karaoke, il magic mic, il microfono magico. Fa miracoli alle voci, mi hanno detto, è come la photoshop delle voci. E’ un microfono di ultima generazione, da una parte ci sono gli slot per inserire chip che contengono centinaia di canzoni dall'altra ci sono i numeri per scegliere le canzoni. Si collega a un monitor e a video si segue il testo delle canzoni. Alla fine della performance, il magic mic ti dà un punteggio e ti valuta basandosi su tre diverse livelli: dilettante (tipo “40 = hai ancora bisogno di esercitarti”), professionista (“72 = non male”) e star.

Ovviamente con le mie doti canore  non arrivo neanche a hai bisogno di esercitati, però a forza di cantare canzoni sbagliate per le mie corde vocali (sono tutte sbagliate per le mie corde vocali!) sono arrivata a un unico e dignitoso Not Bad. E lì mi sono fermata, visti i risultati della concorrenza. Mio nipote di quattro anni, che canta sulla base di una canzone per bambini (The alphabet song per intenderci) The lion sleeps tonight con l’aggiunta di Twinkle twinkle little star prende la stessa valutazione migliore che riesco a racimolare.

Altro che magico e ti fa sembrare la voce più bella e intonata, come la più obiettiva delle macchine non ti regala false illusioni, ti dà punteggi migliori man mano che lo usi solo perché effettivamente migliori, impari i testi a memoria e riesci a seguire le basi senza tentennamenti.

Però ancora non mi spiego i risultati di mio nipote. Che sia un enfant prodige come questa bimba (oppure sono stonata forte?)

leciram
P.link ¦ commenti (12) ¦ commenti (12)(popup)
categoria :