Se l'acqua depurata (o distillata) è considerata perfettamente neutra (ossia pH=7) e se le soluzioni acide hanno pH inferiore a 7 (tanto più è basso tanto più la soluzione è acida) e le soluzioni alcaline hanno pH superiore a 7 (tanto più è alto tanto più la soluzione è alcalina); e se con le cartine al tornasole o pHmetro digitale si possono controllare il pH delle varie soluzioni che dal colore naturale giallo passano al rosso per l'acidità e al blu per l'alcalinità...
Sarà come per i capelli e la pelle... mediamente hanno pH=5.6 e quindi sono acidi al fine di uccidere i microbi o per fermarne la moltiplicazione e soffrono se messi a contatto con prodotti che hanno un pH diverso dal loro. 
Ci vuole un fiore
Che cosa meravigliosa l’apprendimento, c’è quella di mera trasmissione di informazioni che è la metodologia più usata a scuola. Poco riconosciuta e mal vista dagli insegnanti invece è l’emulazione altrimenti detto “copiare”. Quanti bei ricordi… chi non ha mai condiviso un compito in cambio di un altro? Il collettivo degli amanuensi. :)
Vi è anche la ripetizione a pappagallo… come si fa a rielaborare un discorso partendo da un sussidiario già iper riassunto? È, forse, per questo che molti bambini si ripiegano alla ripetizione al momento dell’interrogazione.
Si dice che i bambini apprendano tutto o quasi come delle spugne. La sfera dell’apprendimento non è limitata a scuola anche se i bambini ci passano molte ore delle loro giornate. Non ci si dovrebbe meravigliare se un bambino ha delle uscite dai margini e trovarsi ancora a chiedersi dove lo abbia “preso”. Ma così non è, qualche mattina fa, mi ha lasciato perplessa “un’uscita” di una delle bambine storpiando i versi scritti da Gianni Rodari in “Ci vuole un fiore”
Per fare una donna ci vuole il legno
Per mantenerla ci vuole l’assegno
Sembra la battuta sui 7cm che rendono felici le donne (la carta di credito)
Mi ha lasciato allibita il numero di informazioni concentrate in due frasi, dette così “tanto per” e in fondo mi sono chiesta dove lo abbia imparato.
Che la lezione frontale sia l’unica modalità riconosciuta a scuola è confermatami dagli incontri fatti in un paio di scuole superiori con ragazzi figli di stranieri e studenti italiani. In una, il preside non aveva fatto girare i volantini di invito alla partecipazione a questi incontri, per non far perdere ore di lezione ai ragazzi, giustifica l’insegnante di intercultura. Nell’altra, l’invito era stato esteso fino agli insegnanti come se fosse un corso di formazione fatto per loro, per capire il fenomeno barra problema “studente straniero”. Sembra quasi che se non c’è un adulto identificato con l’insegnante a mediare fra il sapere e i ragazzi, questi ultimi non possano arrivare alla conoscenza. Gli insegnanti insegnano e gli alunni imparano o così dovrebbero fare. C’è invece un approccio alla conoscenza che non deriva dalla mera trasmissione di informazioni, quella del confronto attraverso il dialogo.
Uscendo dai margini della conoscenza prettamente scolastica, con tanto di valutazioni a seguito, la proposta ai ragazzi era un dialogo inerente le loro situazioni, dai documenti all’identità. Un sapere che loro stessi vivono sulla loro pelle, trattandosi di questioni di cittadinanza burocratica e identitaria, informazioni che loro hanno implicitamente.
Riporto un elenco di ipse dixit che mi hanno colpito di più:
A. (docente universitaria che ha reso possibile questi incontri): E tu che ci dici…
ragazzo romeno: io sono UE… e quindi…(sorrisino pausa dondolamento sulla sedia sorrisino)… eh sì… (sono apposto avrebbe voluto dire)
sull’argomento partecipazione/associazioni/gruppi più o meno formali/partecipazione sportiva estesa largamente al calcio:
r. romeno: mi sento cittadino europeo, però quest’estate quando ABBIAMO vinto i mondiali… ero contentissimo e con gli amici abbiamo girato per la città sui motorini con le bandiere
r. cambogiana: tifo Milan, voterei per Berlusconi…
r. croata: l’anno scorso tifavo Juventus, quest’anno sto con un altro ragazzo e quindi tifo Inter
sull’identità/ luogo di appartenenza:
r. di origine senegalese con cittadinanza italiana: mi sento americana… (incalzata a rielaborare) perché ho uno zio a Miami e ques’estate vado a trovarlo… poi c’è mia cugina Beyoncè (movimento di bacino)
r. ghanese: sento di appartenere a Ghana, Italia e America, il primo perché è il mio paese di origine, l’Italia perché è il paese dove vivo e studio e l’ultimo perché è dove vorrò andare a vivere. Rappresentano il mio passato, presente e futuro.
A.: perché vorresti andare a vivere in America?
r. ghanese: Perché è un paese democratico e libero (commenti dubbiosi degli altri)… sì è vero, nonostante ci siano tante cose che non vanno, una persona (nera) come me è la “tipica fisionomia” che si vede per strada, lì non sarò mai considerata una straniera. In italia, è immediato che mi considerano una straniera.
r. siciliana: però è vero…
io: Qui avete esattamente il modello contrario. C’è una ragazza i cui genitori hanno origini senegalesi e un’altra cambogiani e entrambe sono cittadine italiane, e c’è un’altra ragazza (croata) la cui fisionomia è “tipicamente” occidentale e quindi “uguale” al tipico aspetto di un italiano… e c’è un’altra ragazza che è italiana e che vi sembrava a prima vista albanese… avete questi esempi per pensarla in un altro modo (o continuare a pensare allo stesso modo degli altri).
sulla cittadinanza:
r. senegalese con cittadinanza: secondo me va bene dare la cittadinanza a color che nascono qua (lei è nata qua), ma non è giusto darla a tutti, anche quelli che sono arrivati qua da poco…
A.: dopo quanti anni secondo te è giusto concedere la cittadinanza?
r. senegalese e cambogiana: almeno dieci anni
A.: esattamente come l’attuale legge.
r. croata: Anche secondo me, va bene dare la cittadinanza subito a quelli che nascono qua e non subito a quelli che sono appena arrivati… perché non è giusto che loro non si sono SFORZATI per ottenerla
Quale sforzo ha fatto invece la persona che nasce qua?
Il primo vagito? 
, Spazio Oberdan introvabile, Bastioni di Porta Venezia intralcianti Corso Buenos Aires), abbiamo visto Batad, lungometraggio in gara al Festival del cinema africano, d’Asia e America latina del regista filippino Benji Garcia. Le riprese sono state fatte in appena dieci giorni con un budget limitato a Batad. Ambientato in uno dei villaggi Ifugao situato presso le terrazzate di riso di Banawe, un patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, Batad ti diverte e allo stesso tempo ti riscalda il cuore con la storia di un ragazzo diviso fra la cultura moderna occidentale e quella tradizionale.
A Milano dal 19 al 25 Marzo si svolge la 17° edizione del Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina.
