Intuizioni linguistiche e processi
Giulia (4 anni): ma tu ti metti il lucica labbra?
Alice (4 anni): Oggi ho la testa imbranata (rintronata)!
Nelle prime fasi del processo di apprendimento linguistico dei bambini, gioca un ruolo importante la coscienza assente, la mancanza di consapevolezza delle strutture grammaticali o delle regole o il limitato lessico che posseggono. Lacuna che invece viene sopperita dalla loro tendenza a riprodurre per imitazione… a volte con dei risultati piuttosto intuitivi :)
Ho letto da poco sul forum di G2 di una richiesta di collaborazione:
Vorrei scrivere una tesi sulle seconde generazioni ma avrei bisogno di alcune informazioni che per ora non ho trovato sul vostro sito!In particolare(studiando lingue)la mia tesi dovrebbe principalmente orientarsi sui problemi linguistici, qualora ce ne fossero, che le seconde generazioni incontrano vivendo in un paese straniero,in questo caso l'Italia!
Ho questo blog-saltuario da un po’ di tempo e spero sempre di non essere troppo ripetitiva, criptica e dispersiva, cose facilmente verificabili quando inizio a parlare un po’ di me, ma non è avvenuto molto spesso di recente. Direi che sono piuttosto brava anche perché ultimamente sono spesso frenata a scrivere e a vaneggiare. Digressione a parte, credo ne abbia parlato qua e la, del fatto che vivo qui da molto tempo, diciassette, e che sbaglio ancora e sovente le concordanze e il tempo dei verbi ma poco il congiuntivo e l’uso dell’acca (della serie: ai hai ahi!!!). Davvero non so cosa faccia più male o cosa sia più fastidioso, o cosa mi renda più perplessa, se vedere questa lettera sconosciuta posizionata a caso o sentirmi dire quanto parli bene l’italiano o chiedere come mai parli così bene l’italiano. Le prime volte in cui ho fatto caso a questa domanda, non sapevo esattamente cosa pensare né rispondere. Un mio amico mi ha suggerito un cortese “grazie” ma finivo per aggiungere mentalmente un’arrogante “anche tu”/“come mai anche tu parli bene l’italiano?”. Collaborando con alcune strutture scolastiche, mi capita ancora di trovarmi di fronte a maestre, che compiaciute, mi fanno i complimenti per la mia capacità di esprimermi, e lì in quel caso di sentirmi impotente e rassegnata farfugliare grazie con l’aggiunta di qualche background personale (da quanto tempo abito qui, quali studi ho fatto ecc) come a voler giustificare che la mia presenza in quella sede non è stata inopportuna in quanto anch’io sono in possesso degli stessi requisiti che hanno per essere là. La carta “sono venuta qui da piccola” suggerisce questa immagine di spugna che assorbe ogni cosa e sembra essere esaustiva per spiegare l’arcano dello “straniero che parla bene l’italiano”. Sinceramente, penso che io sia tuttora nella fase di apprendimento dell’italiano, ogni giorno imparo nuove cose e purtroppo mi dimentico anche di altre. Attualmente non penso di avere grossissimi problemi linguistici ma a livello orale, rispetto a quello scritto, ho più difficoltà a esprimermi, ma questo penso dipenda più da un fattore emotivo di timidezza e di panico nel rapportarmi con altri o di fronte a un grande gruppo. Questo per quanto riguarda l’italiano. Il filippino invece per me rimane una lingua franca, la so benissimo a livello colloquiale ma non saprei scrivere di getto come faccio con l’italiano.
Ancora
Ogni volta che leggo e pronuncio la dicitura “Permesso di soggiorno” mi assale una sensazione mista fra frastornato, amarezza e umiliazione. In questi ultimi anni (dal 2002, l’anno in cui venne varata la Bossi –Fini) mi è capitato spesso di non poter ribattere a molte offese gratuite profilate dagli ufficiali delle questure, o dal fare file pazzesche con le intemperie o con il caldo fuori dai commissariati. Frastornata ogni volta dalle parole, dai gesti, dai moduli da compilare, dall’elenco di requisiti da presentare e dalle modalità ogni volta diverse. Qualche mese fa a un convegno a cui ho partecipato, un ragazzo aveva espresso quella sensazione mista, chiamarlo permesso di soggiorno sottolinea quanto la mia permanenza sia legata a una richiesta e a qualcuno che la accordi, nemmeno a parole mi spetta come diritto.
Mi ritrovo ancora in quella fase di doverla chiedere, e stavolta la procedura è cambiata. Da dicembre 2006 le domande di rinnovo del PDS si spediranno dagli uffici postali con appositi kit, complessivamente alla “modica” cifra di 72,12 euro. Dice l’infelice pubblicità: Si chiamano Poste Italiane ma c’è tutto anche per chi non è italiano. Non ho ancora capito se si riferiscono allo “Sportello amico” pressoché inutile o al sito per nulla esplicativo. Per esperienza comune a molti amici, e secondo alcune leggi ovvie della vita, le Poste Italiane non le deludono mai. Osserva Zenone che l’altra coda è sempre più veloce, e se si cambia coda, quella che si è appena lasciata diventerà immediatamente la più veloce (variazione di O'Brien sull’osservazione di Zenone) e ancora che più urgente è il motivo per cui si fa una coda, più lento sarà l'impiegato allo sportello (Regola di Flugg)… e nonostante la chiamata automatica dei numeri e dei turni, le lentezze e i caos sulle file succedono sempre alle poste. Il divario poi fra le domande inoltrate e PDS elettronici rilasciati non promette bene (quasi un milione di domande e soli 130 mila PDS pronti). Per ora sono alla fase 1: cercare le Poste Italiane con i moduli di rinnovo disponibili (credo di essere stata fortunata, alla seconda posta dove mi sono recata li ho trovati), proverò con la fase 1bis, recarmi presso i patronati della zona (il Comune di Milano non è ovviamente fra quelli abilitati) per farmi assistere alla compilazione della modulistica… mi si incrociano gli occhi a leggere moduli e allegati per compilarli..